Arrivo sull'isola

Trattoria sora lella

ARRIVO ALL’ISOLA (ANNO: 1959)

Nella valigia, oltre a qualche indumento militare che avevo tenuto per ricordo, c’erano tanti progetti futuri, ma senza forma, senza identità.

Non sapevo quello che volevo per il mio avvenire, eppure ero fiducioso.

A quasi 24 anni, si è convinti che il mondo aspetti te per essere conquistato.

Sceso dal treno, in mezzo alla gente che si avviava verso l’uscita della stazione, mi resi veramente conto che la naja era finita davvero. Diciotto mesi di adunate, di alza bandiera, di capelli tagliati con la sfumatura alta, mi avevano condizionato, mi sembrava di essere nato militare. Era come se avessi fatto sempre il soldato e che lo dovessi fare per tutta la vita, tanta era l’abitudine a certe cose.

Soprattutto gli ultimi giorni, non passavano mai, come diceva Pietro Micca, tanto per usare una frase storica: “Erano più lunghi di una giornata senza pane”.

Mi sentivo talmente contento che non mi accorsi di essere già salito sull’autobus che mi avrebbe portato a casa.

Anzi, all’Isola Tiberina.

Nel novembre del 1957, quando fui chiamato alle armi lasciai mio padre e mia madre che gestivano un’osteria in via dei Balestrari. Avevano ricominciato con la ristorazione dopo la parentesi di mio padre che lavorò al cinema. A settembre, del 1958, presi la licenza ordinaria e li ritrovai in piazza dei Campani, nel quartiere di San Lorenzo.

Ora congedato, stavo andando verso l’Isola Tiberina.

Mi sentivo frastornato, come un provinciale che per la prima volta arrivava dal paesello nella grande città.

La grandezza di piazza dei cinquecento, illuminata a giorno, mi sembrava più grande di come l’avevo lasciata.

L’auto si mosse, arrivati in piazza della Repubblica, una volta piazza Esedra, con la fontana delle Naiadi, i getti d’acqua con la luce, sembravano grossi nastri d’argento.

Era un godimento per gli occhi, bisogna sempre stare un pò lontani per apprezzare certe cose che hai ha portata di mano.

E pensare che quando fu inaugurata, il popolo perbenista gridò allo scandalo per via delle statue delle donne con il seno scoperto. Poi per via Nazionale, con le vetrine dei negozi, scintillanti e colorate.

Arrivati in piazza Venezia, l’immancabile pedana, con sopra l’immancabile metropolitano a dirigere il traffico, che allora non era così caotico come adesso.

Tutto questo mi provocava una grossa eccitazione.

Arrivato a ponte Garibaldi, vidi l’Isola, proprio in mezzo al fiume; guardandola fisso, sembrava che procedesse indietro, controcorrente. Su di essa ci sono delle leggende sul come si sia formata. Fu un lebbrosario, dove dei frati curavano i lebbrosi facendola diventare un luogo di cura e di culto.

Poi, l’ordine di San Giovanni Calibita, edificò un ospedale, il Fatebenefratelli, ora questi ospedali sono quasi in tutto il mondo.

È collegata da due ponti, quello sulla riva destra è ponte Cestio, quello sulla sinistra, che stavo per imboccare, è ponte Fabricio, chiamato da noi romani, ponte Quattro Capi.

All’inizio del ponte, costruito in tufo e travertino nel 62ac, sui due parapetti, ci sono due colonnette di sezione quadrata ormai consumate dal tempo

Sui quattro lati di queste colonnette, vi sono scolpite, in bassorilievo, l’effige di quattro teste. Da qui il soprannome di ponte Quattro Capi.

Dice una leggenda, che Papa Sisto V, Felice Perretti, incaricò quattro architetti per restaurare questo ponte, che si presentava in condizioni di degrado.

Dette un tempo massimo ai signori per effettuare il lavoro. I quattro incaricati, dopo qualche mese di progettazione sul da farsi, ancora non si mettevano d’accordo. Ognuno era contrario all’idea dell’altro.

Il ponte si deteriorava sempre di più e di conseguenza aumentavano le spese. Cosa non gradita al Papa.

Il tempo per effettuare i lavori era scaduto già da qualche settimana, Pio Sisto V arrabbiato, mise alle strette gli architetti, concedendo una proroga e fissando un nuovo termine. Se il restauro non fosse stato ultimato per quella data, si sarebbero presi seri provvedimenti.

A quel punto, tra polemiche e discussioni, il lavoro fu terminato e ben fatto.

Il Santo Padre era soddisfatto, ma allo stesso tempo molto indignato dal comportamento irresponsabile di quei quattro cialtroni. Così per tutta ricompensa li condannò alla ghigliottina.

Fece scolpire le loro facce sulle colonnette e le fece erigere all’inizio del ponte, come monito per tutta la gente che avrebbe attraversato il ponte.

Anche io mi apprestavo a varcare quel ponte e mi fermai per qualche istante a guardare le colonnette. Anche se ero nato e vissuto a poche centinaia di metri dall’Isola Tiberina, quella era la seconda volta che ci mettevo piede. Arrivato alla “Trattoria dell’Isola”, così si chiamava, entrai. I miei genitori mi stavano aspettando.

Erano quasi le otto di sera del 18 aprile 1959, vidi, come si dice, che, “non c’era un’anima viva”, era completamente vuoto. Era ora di cena e oltre la trattoria, era deserta pure l’isola.

Dopo tutta la mia gioia, la mia allegrezza per essere tornato a casa, provai una sensazione di grande squallore.

C’era un cameriere abbastanza avanti con l’età, sicuramente oltre i 65 anni, con la testa calva e come al solito, la solita corona di capelli brizzolati, indossava una giacca, che una volta doveva essere stata bianca, con delle macchie che davano sul grigio, che si vedevano in trasparenza. Il tovagliolo sotto l’ascella e quello che mi colpì furono le due enormi orecchie a sventola, tanto erano grosse, che per quel difetto fisico, se così si poteva chiamare, si era guadagnato il nomignolo di “Aeroplano”. Quando in seguito, lavorando con lui, gli domandavo, si chiamava Nazareno:

«Dimme Nazzarè, ma è vero che te chiameno aeroplano perché ciai ste due orecchione?» E lui rispondeva:

«So tutte fregnacce, me chiameno così perché so sverto, te posso portà dodici piatti de minestra con un braccio solo… si però dentro a un secchio!»

E se la rideva

Stava lì, dritto in piedi, vicino il tavolo dove erano seduti mamma e papà.

Una donna, abbastanza giovane, non ancora quarantenne, era una aiutante di mia madre, in cucina. Alta, robusta, con un fisico da lanciatrice del peso, con un grembiule e tanto di cuffia in testa, finalmente bianchi.

Con le braccia conserte, appoggiata allo stipite della porta della cucina, aspettava qualche eventuale cliente.

Mamma e papà mi salutarono con grande affetto e qualche inevitabile lacrima di mia madre.

Credo che il mio ritorno a casa, dopo un anno e mezzo, fosse stato per loro una nuova fonte di energia, di speranza, per poter affrontare il momento attuale, il futuro. Mia madre si rivolse alla signora, si chiamava Elia, ma la chiamavano Lella, come mia madre, dicendogli:

«A Lè, faie ar mi fijo, un piatto de fettuccine all’Isolana»

Domandai come erano fatte, mi rispose Lella:

«So fatte cor pomidoro, funghi trifolati e piselli ar guanciale».

Il cameriere dalle orecchie grandi, si faceva in quattro per apparecchiarmi il tavolo, e poi mi disse:

«Il signorino gradisce un po’ di vino?»

Lo guardai negli occhi a bottoncino e umidi, noi a Roma diciamo “piagnucolosi”.

Gli dissi:

«Come te chiami?»

e lui:

«Nazareno» E io di rimando:

«Mbè, a Nazzarè, io me chiamo Amleto e qui nun ce so signorini! Per piacere porteme un quartino»

Notai che gli mancavano la maggior parte dei denti davanti, l’unico incisivo rimasto, era pure tremolante.

Dulcis in fundo, come se non fosse bastato, aveva un alito tremendamente pesante.

In seguito lavorai con lui per un po’ di tempo, quando incominciavamo il servizio, mio padre lo chiamava:

«Nazzareno, ce l’hai?»

Lui apriva la bocca, tirava fuori la lingua e mostrava la mentina. Che gli avrebbe mantenuto per due o tre ore, l’alito profumato. E man mano che si scioglieva del tutto doveva subito rimpiazzarla.

Finito a fatica quell’enorme piatto di pasta, mio padre e mia madre, mi misero al corrente della situazione attuale non molto florida. Eravamo pieni di debiti, come si dice, fino alla cima dei capelli. Soldi presi in prestito dagli strozzini, fornitori da pagare e il lavoro era molto scarso. Parlammo dei miei progetti, anzi di un progetto che consisteva nel trovare subito un buon posto da barista.

Alla fine della chiacchierata, me ne andai a casa, dove mia sorella mi aspettava con il caffè pronto.

I giorni che seguirono, una decina, li passai andando a far visita a parenti e amici che non vedevo da molto tempo e bighellonando un po’ qua, un po’ là.

Intanto i miei genitori, mi prospettarono l’idea di lavorare con loro in trattoria come cameriere. Dove potevo trovare di meglio, se non lavorare in famiglia?

Ma non volevo, avevo fatto il barista dal 1950 al 1957, ero abituato a quel lavoro che conoscevo abbastanza bene, anche se un po’ sacrificato, non era poi così malaccio e poi ora, ero banchista e mi arrangiavo anche discretamente con i cocktails.

Ero molto timido, mi sarei trovato in grande difficoltà davanti ad un tavolo di clienti esigenti, cosa gli avrei raccontato? Non sapevo niente di cucina, tantomeno di vino, anche se i clienti, allora, non erano così informati, come adesso, sull’enogastronomia.

Ora sanno abbinare il vino, al cibo che mangiano.

Una volta, tanto per parlare della mia ignoranza gastronomica, l’attrice Lea Massari, mi chiese una piccatina, io risposi:

«Va bene!»

Disperato, poi, andai in cucina da Lella e dissi:

«Quella vò una piccatina, che è?»

Lella mi rassicurò dicendomi di stare tranquillo, sapeva lei cosa fare, era una semplice scaloppina al limone.

Contattai un amico, un rappresentante di caffè, gli dissi che mi ero congedato e che avevo bisogno di lavorare.

Lui mi assicurò, che nel giro di una settimana, mi avrebbe sistemato in un bar del centro.

Intanto feci una riflessione:

«non ho nessun titolo di studio, non posso ambire neanche ad un posto da usciere in qualche ente statale. Ci sarebbe voluta la licenza di terza media e io vevo appena frequentato fino alla Va elementare e poi un posto così dove l’avrei trovato?»

E pensavo ancora:

«Voglio lavorare come barista? Ma è quasi come un cameriere. Sotto padrone c’è sempre il pericolo, se uno sbaglia qualcosa, il padrone, ti può sempre licenziare. Tutto sommato, come ho imparato a fare il barista, potevo imparare anche il cameriere e poi senza contare che avrei lavorato a casa mia.»

Passarono quattro o cinque giorni, mi telefonò il mio amico, il quale mi disse:

«ti ho trovato un posto in via XX Settembre, un magnifico posto».

Io risposi che avevo deciso di restare in famiglia. Lui mi disse:

«Allora, In bocca al lupo».

E io risposi “crepi”

Incominciai con non troppo entusiasmo, ero insicuro, mi feci forza, cercando di renderlo il più piacevole possibile.

I primi giorni mi trovai veramente in difficoltà. Quando avevamo qualche banchetto, di dieci dodici persone, chiamavamo due camerieri di rinforzo, camerieri con esperienza ventennale e allora rubavo con gli occhi tutti i loro movimenti. Come apparecchiavano, come sistemavano sul tavolo posate e bicchieri, come stappavano una bottiglia di vino, tenendo in bella vista l’etichetta davanti al cliente mentre lo assaggiava.

Poi imparai molto dalla clientela, quella giusta, durante i loro discorsi non perdevo una parola, cercando di ricordare tutto quello che mi poteva tornare utile, ogni sfumatura.

E così iniziò una nuova esperienza.

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